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Archivio per novembre 2009

Serantini come Stefano Cucchi

29 novembre 2009 ilaria Nessun commento

carcere Sarebbe oggi vicino ai sessant’anni. Era nato a Cagliari il 16 luglio 1951, morì a Pisa il 7 maggio del 1972, dopo lunga agonia, ammazzato dai colpi di manganello, dai pugni, dai calci di alcuni agenti della Celere di Roma, dall’indifferenza di medici, carcerieri, magistrati… «Il posto dove fu colpito a morte è sul Lungarno Gambacorti di Pisa, tra via Toselli e la via Mazzini…». Così comincia il libro di Corrado Stajano, «Il sovversivo», dove si racconta «vita e morte dell’anarchico Serantini». Riletto quasi trentacinque anni dopo la pubblicazione e trentasette dopo quei fatti di Pisa dà la sensazione tremenda di una cronaca d’oggi o solo di pochi mesi fa: sembra d’essere a Genova nei giorni del G8, Franco Serantini pare Federico Aldrovandi o assomiglia, ancora più vicino a noi, a Stefano Cucchi.

«Una morte questa di Stefano – dice ora Corrado Stajano – che sarebbe passata nel silenzio, se non ci fosse stata una sorella combattiva, se non ci fosse stata quella famiglia che ha avuto il coraggio di opporsi. Contro la verità, mi pare d’assistere a storie, che ho già vissuto, di deviazioni e di bugie». La morte di Serantini non passò sotto silenzio. Ai suoi funerali (e sono tra le pagine più belle e commoventi del libro), il 9 maggio, un fiume di gente. I detenuti del carcere Don Bosco, dove Serantini aveva trascorso le ultime ore, inviarono un mazzo di margherite. Franco Serantini era nato senza famiglia, abbandonato in un brefotrofio. Fu dato in affidamento a una famiglia siciliana, visse in istituto a Cagliari. Quando arrivò ai diciassette anni, un’esistenza di solitudine, decisero che si rendeva utile il ricovero in riformatorio. Serantini era soltanto chiuso di carattere, soffriva l’autorità (o l’autoritarismo), ma non aveva mai commesso un reato: tuttavia fu così destinato… Serantini giunse a Firenze (all’Istituto di osservazione per i minori scoprirono che il suo quoziente di intelligenza era 1,02, quando la media è di 0,70), venne dirottato al centro di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa, in semilibertà: di giorno poteva uscire. Il riformatorio è la via della maledizione: Serantini si salvò.

Era il Sessantotto quando Serantini arrivò a Pisa. Si lasciò prendere dalla politica, cominciò a partecipare alle assemblee degli studenti, trovò persino un lavoro. Prese la licenza media e cominciò a frequentare un istituto professionale. Divenne anarchico. A Pisa giravano squadracce fasciste: le aggressioni si ripetevano, ma la polizia caricava gli antifascisti, quando protestavano. La politica nelle strade era anche questa. A Roma, al governo si era esaurita l’esperienza del centrosinistra, le elezioni furono indette per il maggio dell’anno successivo, il 1972. Il 5 maggio Giuseppe Niccolai, deputato missino, avrebbe parlato in Largo Ciro Menotti, nonostante le tensioni alle stelle di quei giorni. Per quella giornata arrivarono a Pisa rinforzi di polizia, anche ottocento agenti del I Raggruppamento celere da Roma. Più cinquecento carabinieri, più cento carabinieri paracadutisti, più i reparti della ps di stanza in città. Che fu una città sotto assedio, che mi ricorda Genova. «Mi immagino – racconta Corrado Stajano – Serantini solo in mezzo alla strada. Questo dicono tutte le testimonianze. Solo e inerme in Lungarno Gambarcorti. Sarebbe potuto fuggire come gli altri quando la polizia aveva sfondato la barricata.

Ma non si mosse, invece. Invece lo assalì un nugolo di agenti, che lo massacrarono di botte, con ferocia, con crudeltà. Un ragazzo che non aveva alzato neppure una mano…». A Pisa qualcuno tentò di intervenire. Il commissario Pironomonte cercò con l’arresto di sottrarre Serantini alla furia degli agenti e pochi giorni dopo si dimise. Fu un’eccezione. Ma gli altri. Gli altri… Non solo i poliziotti che picchiarono. Anche il medico che visitò Serantini all’ingresso in carcere e che non ordinò il ricovero di un ragazzo che non si reggeva in piedi con la testa sfondata, il magistrato che continuò a interrogarlo in quelle condizioni, i secondini che non intervennero malgrado i richiami del compagno di cella di Serantini. Sta di fatto che tutto si ingarbugliò tra reticenze, bugie, conflitti giudiziari, quando avocazioni e trasferimenti di magistrati intervennero pesantemente sull’inchiesta. «In questo senso credo che Serantini sia stato ucciso due volte: una dalla polizia, la seconda dalle istituzioni che non gli hanno reso giustizia. Con un bravo giudice istruttore, Paolo Funaioli, in conflitto con il procuratore generale di Firenze, Calamari, che io definisco un personaggio da vetrata medioevale. Sarebbe bastato leggere le perizie medico legali…». L’ex democristiano Giovanardi ha detto che Stefano Cucchi è morto perché era drogato e anoressico. «I periti scrissero che Franco era portatore di una voluminosa milza, da bambino aveva avuto la malaria, aveva le ossa della testa più sottili del normale e quindi aveva una minore resistenza ai colpi».
29 novembre 2009

Oreste Pivetta-L’unita’

Ancora un morto in carcere.Basta!

27 novembre 2009 ilaria Nessun commento

sbarre Ancora una morte di un detenuto malato. Simone La Penna, 32 anni, anoressico, apparentemente scomparso per cause naturali. Lo hanno trovato cadavere nel suo letto, nel centro clinico del carcere romano di Regina Coeli. Non ha risposto alla conta delle 8 e l’ultima volta era stato visto vivo alle 3. Dell’episodio, fino a ieri sera, si conoscevano pochi particolari ma da quanto si è appreso La Penna, a causa della malattia, aveva perso quasi trenta chili. Tossicomane, era in carcere per reati di droga, per i quali aveva subito una condanna, in primo grado, a 5anni e4 mesi. Soffriva di anoressia nervosa e, stando alle analisi del sangue, aveva una carenza di potassio che gli provocava problemi ai muscoli. A Regina Coeli era arrivato dopo una via crucis in vari ospedali, l’ultimo il «Belcolle» di Viterbo, reparto detenuti. Il caso ha suscitato clamore ed è stato inevitabilmente accostato a quello di Stefano Cucchi, secondo la procura pestato a morte da tre agenti i polizia penitenziaria e poi lasciato al suo destino, per negligenza dei medici, nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini di Roma.

Luigi Pedica, dell’Italia dei Valori, nemmeno 24 ore prima della morte di La Penna era stato in visita al centro clinico di Regina Coeli e ha raccontato a l’Unità di aver visto detenuti magrissimi in sedia a rotelle, un altro recluso portatore di bypass, unaltro con un buco visibile sulla gola e un altro ancora con un orecchio continuamente sanguinante e mal curato. «Si allunga l’elenco dei morti in carcere – ha commentato il Garante del detenuti Angelo Marroni, il primo a diramare la notizia -. Ed è giusto – ha continuato che, anche se sembra una morte naturale, la magistratura faccia chiarezza. Credo siano maturi i tempi per una riflessione complessiva: il carcere non è certamente il luogo più adatto per i malati gravi». Luigi Manconi, che coordina il comitato «Verità per Stefano Cucchi » ha ribadito che «i tossicodipendenti non devono stare in carcere» e annunciato che la sua associazione si occuperà anche del caso La Penna.

CUCCHI: AGENTE SI SMENTISCE
L’indagine su Cucchi, intanto, va avanti e si fa più pesante il quadro accusatorio. Ieri, davanti ai pm Francesca Loy e Vincenzo Barba, l’agente di polizia penitenziaria che aveva raccontato alla trasmissione Matrix di aver sentito Cucchi dire, mentre lo trasportavano dal Tribunale a Regina Coeli, «ieri sera ho avuto un incontro di pugilato», secondo quanto trapelato in procura avrebbe smentito se stesso, confermando invece la versione precedentemente riferita ai due magistrati. Interrogato sui motivi di quel diverso resoconto durante l’intervista, l’agente avrebbe dato risposte vaghe. Il 10 novembre scorso aveva riferito ai magistrati che Cucchi, alla sua domanda sui motivi per cui stesse male, aveva risposto di essere caduto dalle scale. Quindi, sempre secondo l’agente, un altro detenuto avrebbe commentato:«Ha fatto la parte del sacco in un incontro di pugilato». Il 9 dicembre è stato fissato l’incidente probatorio durante il quale verrà interrogato il detenuto albanese che sentì Cucchi lamentarsi e parlare delle botte ricevute nelle celle di sicurezza. Cucchi si stava confidando con il suo compagno di cella del Gambia, il supertestimone, l’unico ad aver visto in faccia gli autori del pestaggio.
27 novembre 2009

L’Unita’

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Antipsichiatria

23 novembre 2009 ilaria Nessun commento

lobotomia.ugo guarino.zitti e buoni Lettera ai direttori dei manicomi
Signori,
le leggi e il costume vi concedono il diritto di valutare lo spirito umano. Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l’esercitate a vostra discrezione. Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei sapienti, dei governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi sovrannaturali. Il processo alla vostra professione ottiene il verdetto anzitempo. Noi non intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né la dubbia esistenza delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni, le più vaghe delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti nobili tentativi sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui vivono tanti dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del demente precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che un’insalata di parole?
Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo, invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di sanzionare mediante l’incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello spirito umano.
E che incarcerazione! Si sa – e ancora non lo si sa abbastanza – che gli ospedali, lungi dall’essere degli ospedali, sono delle spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo tollerate. L’istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale.
Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono, anch’essi, internati arbitrariamente. Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell’uomo, noi reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità, perchè è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono.
Senza stare ad insistere sul carattere di perfetta genialità delle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarle, affermiamo la assoluta legittimità della loro concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano.
Possiate ricordarvene domattina, all’ora in cui visitate, quando tenterete, senza conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.

Antonin Artaud

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Verra’ il giorno che pagherete tutto…

19 novembre 2009 ilaria Nessun commento

vanyakostolomrip Ivan Khutorskoi, attivista dell’antifascismo molto noto in Russia, è stato trovato morto. Ucciso a 26 anni con un colpo di arma da fuoco alla testa. Il rinvenimento del cadavere in uno stabile di via Khabarovskaia, nella zona orientale di Mosca.
Anatil Bagmet, della procura della capitale, ha dichiarato che le indagini si concentrano sull’attività politica di Khutorskoi che, già nel 2005, era stato per due volte vittima di aggressioni per le sue campagne antifasciste. Minacce contro di lui erano apparse di recente su alcuni siti di organizzazioni neonaziste e di estrema destra.
Khutorskoi era da tempo impegnato in attività sociali a supporto di organizzazioni di sinistra. “Era appassionato di musica punk-rock”, ricorda Bagmet. Di recente infatti si era occupato del servizio d’ordine in concerti e manifestazioni antifasciste.

Da: Peacereporter

Un Sogno di Fuoco

17 novembre 2009 ilaria Nessun commento

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